Quale direzione per l'AVIS

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Ma mi sia consentito rievidenziare la straordinaria, competente, appassionata disponibilità collaborativa per ottenere l’accreditamento data dai dirigenti Avis comunali e provinciali, il significativo atteggiamento di comprensione dei volontari sempre pronti a rispondere ad ogni sollecitazione per far fronte al bisogno di sangue e del tipo richiesto; la dedizione e l’impegno infaticabile del Direttore e dei dipendenti tutti; la professionalità, indispensabile, messa in campo da Direttore Sanitario dell’Unità di Raccolta, R.A.Q. e da tutte le componenti professionali coinvolte nel percorso donazionale. A questo punto si apre per l’AVIS di Modena una nuova stagione, fatta di professionalità e volontariato, di sicurezza e di radicamento territoriale. Vorrei che chi legge queste righe prestasse attenzione a questi termini.

Professionalità e volontariato. Se per la sicurezza del donatore e del ricevente sono richiesti elevati grado di professionalità non è necessario concentrare la raccolta in pochi punti per arrivarci. Abbiamo definito linee guida, protocolli, istruzioni operative, discutendole ed adottandole in tutti i punti di raccolta. Certo concentrando l’attività e la presenza dei volontari e del personale sanitario in pochi punti di raccolta di grandi dimensioni avremmo risparmiato tempo ed energie ma non avremmo

assecondato la prima delle due caratteristiche distintive dell’AVIS modenese: il volontariato diffuso. Sono infatti centinaia i volontari variamente attivi nei punti di raccolta; essi rappresentano una energia positiva straordinaria, indispensabile sia per la raccolta del sangue, sia per la coesione sociale nei territori. Non abbiamo voluto perderne neppure uno. Siamo assolutamente convinti che la professionalità, intesa come padronanza di competenze, ed il volontariato siano coniugabili. Crediamo di averlo dimostrato in tanti anni di attività svolta con risultati positivi sia in termini quantitativi che qualitativi e siamo determinati a confermarlo anche nel futuro migliorando ulteriormente la qualità del lavoro che quotidianamente svolgiamo. Sicurezza e radicamento territoriale. Se per la sicurezza del donatore e del ricevente è necessario che i Punti di Raccolta siano in possesso di specifici requisiti strutturali e tecnologici, non è necessario concentrare la raccolta in pochi punti per arrivarci. Convinti che così sia, abbiamo profuso ogni sforzo perché ogni sede rispondesse appieno a quanto normativamente richiesto chiedendo il massimo impegno ai volontari, la disponibilità dei sindaci, la collaborazione dell’Azienda USL. E ci siamo riusciti. Certo anche in questo caso riducendo le sedi di raccolta e concentrando i prelievi in pochi grandi Punti di Raccolta avremmo risparmiato tempo ed energie. Ma non avremmo assecondato la seconda delle caratteristiche distintive dell’AVIS modenese: il radicamento territoriale. Una sede in ogni comune e quattro sedi equiparate sono un valore forte per le nostre comunità al quale non abbiamo in nessun modo voluto rinunciare. Sono luoghi di inclusione sociale, di solidarietà, di convivenza civile, di presenza democratica attivi non solo per la raccolta del sangue me per ogni esigenza che possa sorgere. Dove ci sono situazioni di disagio sociale noi siamo a disposizione dei Sindaci, delle Aziende Sanitarie, delle altre organizzazioni sociali con le quali ci mettiamo in rete con atteggiamento di grande collaborazione per dare una mano e per includere ogni persona. Non abbiamo voluto perderne neppure una sede. La sicurezza, intesa come presenza dei requisiti strutturali e tecnologici fissati, ed il radicamento territoriale sono coniugabili. Lo abbiamo dimostrato.

Ostinatamente crediamo che in un momento di grande crisi economica e disagio sociale si debba investire nella coesione delle comunità, nel sistema di welfare locale. Per questo abbiamo declinato le parole d’ordine del Piano Sangue e Plasma Regionale: riduzione, concentrazione, razionalizzazione. Si razionalizza ciò che è irrazionale, illogico, incoerente; noi crediamo che il sistema AVIS non lo fosse allora e non lo sia adesso.

Ci siamo assunti una responsabilità della quale abbiamo portato un grande peso, ovvero quella di seguire la nostra strada anziché metterci sotto il facile ombrello delle indicazioni ricevute. Abbiamo assecondato, in primo luogo, le caratteristiche della nostra AVIS: il volontariato diffuso ed il radicamento territoriale. Non è stato facile sul piano della politica associativa. I donatori di Modena sanno che Modena è stata abbastanza isolata, all’interno dell’AVIS dell’Emilia Romagna, su questa posizione. Quando lanci una sfida dura la devi superare perché metti in gioco la tua credibilità, e noi questa sfida l’abbiamo superata. Volevamo dimostrare che per raggiungere la sicurezza che oggi ci viene chiesta, chiudere non è l’unica strada. Volevamo dimostrare che si tratta di termini non antitetici ma che possono trovare, nelle nostre AVIS, una grande sintesi. L’accreditamento che abbiamo ottenuto lo dimostra.

La soddisfazione per il risultato conseguito però non ci esimerà dal rappresentare le criticità del percorso di accreditamento cui siamo stati sottoposti e che solo la nostra grande voglia di riuscire ci ha consentito di affrontare e superare.

La mancata, puntuale indicazione dei requisiti tecnici e strutturali necessari per le sedi, (che tra l’altro sono più volte mutati nel corso del tempo), ha originato un elevato grado di disomogeneità nelle valutazioni operate dagli stessi gruppi di verifica e di disorientamento da parte dei nostri dirigenti. Non c’è mai stato un interlocutore al quale rivolgerci per avere risposte; tutto quanto è stato fatto è stato studiato, impostato e costruito da noi, mentre se l’accreditamento deve rappresentare un percorso di crescita, come dicono nei convegni, ci deve essere qualcuno che ti guida, ti consiglia, ti supporta. A volte ci è parso di compiere questo enorme sforzo nell’indifferenza della regione, quasi che il sangue ed il plasma li raccogliessimo per noi anziché per conferirli alla sanità pubblica, considerati quasi alla stregua di una realtà profit.

Questo rapporto ancillare è grave e, a nostro giudizio, inaccettabile in una regione come la nostra che ha sempre fatto della collaborazione e della co-progettazione tra istituzioni e privato sociale un punto di forza. Se il nostro sistema di tutela della salute è sempre stato ritenuto di assoluta eccellenza è anche per il sostegno che il privato sociale ha sempre dato alla sanità pubblica. Sostegno che deve rafforzarsi in un reciproco riconoscimento.

E’ altresì completamente mancato un ruolo di supporto, di coordinamento e di referenza da parte dell’Avis regionale che non ha guidato le Avis provinciali in questo percorso mentre avrebbe dovuto porsi come interlocutore privilegiato nei confronti dell’assessorato alla salute e dell’Agenzia Sanitaria Regionale. Se ci fosse stata una regia associativa regionale sia nei momenti di predisposizione delle documentazioni sia in quelli di interpretazione dei requisiti tecnico – strutturale richiesti, avremmo lavorato tutti con minore fatica ed angoscia e si sarebbero potute realizzare importanti economie di scale nelle risorse messe a disposizione per realizzare questo impegnativo percorso.

Faremo comunque le opportune valutazioni nelle sedi competenti. Adesso è il momento di continuare a lavorare.

Continueremo ad offrire opportunità per gli ammalati costruendo, nel contempo, coesione sociale, solidarietà, inclusione. Quando c’è un bisogno, continueremo a stendere il braccio. Le parole “ci penserà il comune”, “ci penserà l’USL” non ci appartengono. L’Avisino dice “cosa c’è da fare? Io ci sono !!!”. Continueremo a fare risparmiare la sanità pubblica, come abbiamo fatto in tanti anni, grazie alla grande disponibilità dei nostri volontari e alla nostra capacità di chiedere per l’AVIS cose che per noi stessi non chiederemmo mai. Ci piacerebbe che, su questo, la sanità pubblica operasse qualche approfondimento che facesse emergere il valore anche economico della nostra azione.

Continueremo a garantire la massima sicurezza per i donatori tenendo efficienti e sicure le sedi di raccolta e garantendo la presenza di personale sanitario formato e all’altezza dell’importante ruolo che deve svolgere. Continueremo a garantire alla sanità pubblica in modo anonimo e non remunerato un farmaco salvavita indispensabile attraverso un sistema efficiente, flessibile ed economico.

Continueremo grazie al volontariato diffuso ed al radicamento territoriale ad essere una realtà nella quale 30.000 donatori donano annualmente 53.000 unità di sangue in modo anonimo e non remunerato. Così come hanno voluto Lino Smerieri, Emo Valenti, Erasmo Baldini, Aldo Costa e gli altri grandi padri di questa grande Associazione.

Dr. Maurizio Pirazzoli
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